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Diamo voce a Gianni Frizzo

giovedì 18 maggio 2017, di Stefania

Ritorno all’articolo "Le Officine FFS"

Che scuola ha fatto?
Ho frequentato le scuole dell’obbligo e poi ho svolto un apprendistato come tappezziere.

Ha sempre lavorato qui alle Officine?
No. Ho iniziato in una ditta privata. Poi a 23 anni ho deciso di cambiare e entrare qui alle Officine. In passato, l’idea di lavorare in un posto come questo era sinonimo di prestigio e stabilità economica. E questo sicuramente ti permetteva di poter fare anche dei progetti di vita a lungo termine.

Che ambiente c’era prima dello sciopero? E dopo?
Prima vi era un ambiente teso, fastidioso e spiacevole. Soprattutto dalla fine degli anni Ottanta, dopo l’introduzione dei cronometristi, ovvero quelli che tenevano conto del tempo che impiegavi per svolgere ogni mansione in modo severo. Un concetto di lavoro umiliante che ha fatto crescere una forte rabbia in seno ai lavoratori. Poi, grazie allo sciopero, questi sentimenti si sono stemperati. Determinante è stato pertanto farci sentire parte attiva nelle decisioni riguardanti il futuro delle Officine. E questo è accaduto offrendoci un posto alla tavola rotonda voluta dall’allora Consigliere Federale Moritz Leuenberger e dove si è potuto parlare di una progettazione condivisa per l’avvenire delle Officine.

Come erano le condizioni di lavoro durante lo sciopero?
Si viveva nelle Officine, si dormiva e si mangiava qui. Spesso si piangeva… Si è cercato di restare tutti uniti. La cosa determinante forse è stato fare lo sciopero all’interno delle Officine e non, come spesso avviene quando si sciopera, fuori ai cancelli.

Chi protestava al suo fianco?
Tutti! Moltissima gente era dalla parte degli operai. L’adesione poi è cresciuta con il passare dei giorni. In poco tempo sono state raccolte oltre 15mila firme. Ma anche la Chiesa era con noi. Addirittura la messa di Pasqua del 2008 è stata celebrata dal Vescovo proprio qui alle Officine. L’Orchestra delle Svizzera italiana ha dimostrato il suo appoggio venendo a suonare qui. Ci sono state scuole che sono venute a farci visita e siamo andati nelle scuole a portare la nostra testimonianza. Di questi 33 giorni di sciopero sono stati fatti anche dei documentari “Giù le mani” di Danilo Catti e scritto libri “Giù le mani dalle Officine” di Gabriele Rossi.

Che emozioni provava quando scioperava?
Ho provato emozioni molto forti, di cui adesso trovo difficile parlarne. Ma a testimonianza di quanto vi ho detto, ancora oggi sono visibili tracce evidenti di quei giorni. Infatti siamo riusciti a fare in modo che in pittureria restino appesi striscioni, pantaloni, bandiere, …

Perché hanno creato le Officine proprio a Bellinzona?
Perché era un posto strategico fuori dalla galleria di base del San Gottardo dove sistemare i treni che avevano bisogno di manutenzione. Altri siti si erano candidati, Erstfeld e Biasca, ma Bellinzona (in realtà il comune di Daro) è riuscita a superare la concorrenza offrendo gratuitamente il terreno sul quale costruire gli stabilimenti e mettendo a disposizione una sorgente d’acqua necessaria all’attività industriale. Questo ha alimentato poi lo sviluppo della città di Bellinzona. Possiamo dire che la città si è creata attorno alla Officine.

A cosa servono le Officine oggi?
Le Officine si occupano principalmente del traffico merci, della manutenzione dei treni, collaborano con attori esterni alle Ferrovie Federali Svizzere, ecc… Ma sono state e sono anche molto altro. Le Officine hanno contribuito allo sviluppo sociale ed economico della città e del Cantone nel tempo. Oggi, per affrontare il futuro in tutta tranquillità, le Officine puntano anche sulla collaborazione con il Centro di competenza in materia di trasporto e mobilità ferroviaria.

Perché è stato scelto come slogan “Giù le mani dalle Officine”?
Per far capire che non bisogna toccare le Officine! Senza dover licenziare centinaia di persone e rovinare molte vite e famiglie. Lo smantellamento delle Officine avrebbe sicuramento portato un impoverimento del tessuto sociale e economico a livello locale.

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